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    Donne con salario sicuro sotto l’Impero e nell’Esodo

    By Rosanna Turcinovich Giuricin Aprile 14, 2019 87

    “Le alte inferriate le hanno tolte soltanto qualche anno fa: austere, belle nella loro severità, erano la barriera che separava il grande complesso della Fabbrica Tabacchi di Rovigno, comprendente vari edifici, dal resto del mondo. Irraggiungibili per noi, ragazzine, che stavamo in tante ad aspettare le mamme, nonne, zie al di là del grande portone che s’apriva solo al fischio di fine turno: erano lunghi minuti di gioco, prima di tornare a casa, insieme, mano nella mano, come avevano fatto generazioni di donne rovignesi prima di noi”.

    Da Rovigno a Venezia e a Rovereto

    Il racconto si dipana durante un incontro organizzato a Trieste dall’Associazione Italia-Austria sull’emancipazione femminile in Istria, grazie alla costruzione di fabbriche per il lavoro delle donne. In prima fila anche la signora Cherin, esule che in quella “manifattura”, come veniva chiamata a Rovigno, ha visto passare gran parte della sua famiglia. Le tabacchine, nell’esodo, hanno raggiunto le città in Italia dove c’erano altre fabbriche tabacchi, godendo quindi di un inquadramento che avrebbe garantito loro di dare una sicurezza alla famiglia. Andarono soprattutto a Venezia, in attesa che venissero costruite le case del Villaggio San Marco, ma anche a Rovereto e in tante altre località. Un prolungamento di quell’emancipazione che aveva caratterizzato una realtà economica nata sotto l’Impero austro-ungarico.
    Era il 16 agosto 1872 quando veniva inaugurato a Rovigno un reparto per la lavorazione del tabacco nella riadattata caserma di via San Damiano (oggi sede del Crs), entro le porte del nucleo storico. La possibilità di un sicuro guadagno divenne il seme dell’emancipazione della donna in una società strutturata rigidamente da secoli secondo categorie precise: contadini, pescatori, artigiani.

    I meriti del podestà Campitelli

    Il merito della scelta industriale della città di Rovigno si deve all’allora podestà, il dott. Matteo Campitelli, “uomo intelligente e umano” che aveva capito l’importanza della politica evolutiva. Questo personaggio qualche tempo più tardi sarà destinato a ricoprire la carica di senatore nel Parlamento austro-ungarico e di comandante della costa occidentale dell’Istria, con sede a Parenzo. Stando alla relazione del consigliere di Stato, Merkle von Reinsee, la possibilità di impiego nel reparto per la lavorazione dei sigari, risvegliò un interesse enorme a Rovigno: si notificarono per l’assunzione 700 ragazze, delle quali soltanto una parte ebbe la fortuna di prender posto ai tavoli di lavoro. Sul primo libro matricola della Fabbrica, le prime due operaie risultano essere Maria Longo, nata Carlevaris e Maria Devescovi, nata Abbà.
    Quella rovignese fu innanzitutto una manifattura per la lavorazione dei sigari. La sigaretta preconizzò la nuova moda nel fumare e la sua conseguente rivoluzionaria democratizzazione, appena nel passaggio tra i secoli XIX e XX. Nel 1872 le giovani rovignesi arrotolarono 224 quintali di foglie di tabacco, per un totale di 242.100 sigari. Si trattava di sigari a basso costo, destinati al consumo di massa e alle regioni periferiche dell’Impero. Ma in pochi anni, l’abilità delle operaie portò alla confezione anche di prodotti più raffinati con tabacco scelto per un pubblico d’élite, quali i “Portorico” e “Cuba-Portorico” che erano graditi anche all’Imperatore Francesco Giuseppe.

    Unica consolazione il canto

    Alla fine del dicembre 1873, la fabbrica poteva contare su 401 operai: di maschi adulti ce n’erano soltanto dieci. Nel 1901 la paga media percepita da ogni operaio per una settimana era di cor. 12.75. Nel 1903 vennero completati i nuovi edifici della manifattura sulle rive, alla periferia (allora) della cittadina, in stile imperial-regio. Nell’ambito del monopolio, per stessa ammissione degli austriaci, era collocata nel posto più bello. Un viaggiatore del tempo così la descrive: “È situata sulla passeggiata lungomare nella zona più tranquilla del porto. Davanti c’è l’isola di Santa Caterina e se ci si sporge un po’ dalla finestra si può vedere la moltitudine di tetti della città vecchia, con il campanile e il Duomo…”.
    Ma dubitiamo che le tabacchine avessero il tempo di ammirare il paesaggio: il lavoro a cottimo impegnava ogni spazio della giornata lavorativa e non concedeva tregue né distrazioni. Un’unica consolazione concessa: il canto, che spesso si levava nei reparti per l’amore innato dei rovignesi verso quest’arte che accompagna il quotidiano oltre i grandi eventi.
    La tabacchina si sentiva importante, in primo luogo perché consolidava una propria posizione economica e secondariamente, proprio in forza di ciò, era ambita da molti uomini perché rappresentava una fonte economica sicura per un’esistenza tranquilla in famiglia, poiché spesso le disavventure del mondo agricolo portavano alla perdita del raccolto dovuta a fattori meteorologici ed ambientali.
    Ma non soltanto: il mercato ortofrutticolo della cittadina rimaneva aperto nelle ore d’uscita delle tabacchine che al tramonto sciamavano dalla manifattura e andavano a fare la spesa. Pagavano in moneta sonante e quindi dettavano le regole, le abitudini, la vita sociale. Per loro veniva organizzato il trasporto a Pola, con le poche macchine pubbliche esistenti, per assistere alla stagione operistica al Teatro Ciscutti. Le feste organizzate dalla manifattura erano un evento che coinvolgeva la creme della città.
    Per non sfigurare all’evento, le tabacchine raggiungevano col piroscafo Trieste per rifornirsi di stoffe e accessori. E uno stuolo di sarte e calzolai lavorava in loco in vista dell’evento.

    «Ma non li go massadi mi»

    Anche il Carnevale era un’occasione importante. Una gran dama, abitante sulla Grisia, aveva comperato l’intero fondo costumi di un Teatro chiuso negli anni Venti e rifornì di abiti particolari le ragazze del posto fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.
    Prosperavano anche orafi e cappellai.
    Con la Prima guerra mondiale e lo sfascio dell’Impero austro-ungarico la Fabbrica di Rovigno venne a trovarsi nel nuovo Monopolio di Stato Italiano, con l’inserimento all’interno della struttura rovignese di dirigenti, personale tecnico e impiegatizio proveniente dall’Italia.
    La bisnonna Giacomina, minuta, capelli neri e occhi carbone, era rimasta vedova ancora giovane con quattro figli che riusciva a mantenere perché era orgogliosamente una tabacchina e così finì per avere tre mariti, tutti e tre morti prematuramente.
    “Ma non li go massadi mi…” diceva. La sua simpatia e la sua disponibilità l’avevano spesso resa protagonista di episodi trasformatisi in veri e propri aneddoti. Le maestranze della manifattura, che arrivarono in Istria, in periodo italiano (dagli anni ’18 al ’43) dalle regioni del sud, con il loro bagaglio di abitudini, anche linguistiche, imponevano una terminologia spesso difficile da accettare dalla popolazione locale. Così, per alcune volte Giacomina aveva consegnato al “capo” che le aveva dato l’incarico di andare a prendere degli scarti o un cavalletto (indicati nella terminologia “taliana” – raccontava la donna), nel primo caso una bella frittura di pesce misto andato a comprare con tanto di permesso dell’usciere, ma non senza aver fornito strane e confuse spiegazioni e, nel secondo caso, un capretto che nella settimana prima di Pasqua, brucava tranquillamente l’erba nel cortile della fabbrica. Quel suo ardire era stato argomento di discussione per settimane sul perché avesse frainteso. E intanto, giù risate.
    Entrare in fabbrica era un privilegio, anche perché, vista la giovane età delle operaie (la media era sui trent’anni), qui imparavano a mantenere l’ordine, la pulizia, a gestire i risparmi, oltre al fatto che era stato istituito un nido d’infanzia che permetteva di dare sicuro ricovero ai bambini mentre le madri potevano continuare tranquillamente a lavorare. La ragazza che lavorava in Fabbrica quindi era una donna da marito molto ricercata ma anche emancipata.

    Una tradizione di famiglia

    La nonna Nicoletta, nata nel 1905, figlia di una tabacchina, si sentì onorata di poter continuare la tradizione di famiglia. Per entrare in fabbrica si preparava per tempo e attraversava la cittadina con la sua andatura elegante, nei suoi abiti semplici ma scelti con gusto. A Carnevale il Podestà partecipava con i notabili al grande ballo al Teatro Gandusio. Ci andò anche la nonna, con un abito di velluto rosso, con una gonna lunga che s’apriva in tutta l’ampiezza di sedici teli, i guanti bianchi, i capelli biondi sistemati con cura. E quando entrò, il Podestà la invitò a ballare…
    I 1.100 operai, quanti ne contava la fabbrica alla fine della prima guerra, sotto il Monopolio italiano vennero ridotti a 740. Una politica occupazionale che favoriva l’elemento italiano, turbò profondamente una realtà composita che non aveva mai avuto cedimenti di carattere nazionale. Il malcontento crebbe con le precarie condizioni di lavoro e un salario sempre più misero. Diversi furono gli scioperi, ben tre dal 1918 al 1921. Nel 2006, la Fabbrica Tabacchi di Rovigno è stata definitivamente trasferita a Canfanaro, località dell’Istria interna. Dopo più di cent’anni il “fischio” che “me ciama la matina, bon’ora, inverno, està” come veniva cantato nell’inno delle tabacchine, è stato zittito. Finite le corse delle ritardatarie che al secondo fischio non avevano ancora guadagnato l’entrata, finiti i canti, finite le storie della bisnonna che spesso arrivava all’ultimo secondo con in mano i tacchi delle scarpe, quando non rimanevano incastrati nel lastricato lucido delle vie di Rovigno. Un’altra epoca che inevitabilmente tramonta su tante vicende e aneddoti di autentiche colonne, le donne istriane.

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    Last modified on Domenica, 14 Aprile 2019 17:08